19 novembre 2015

Stay connected



Pensato a luglio-agosto, messo giù stasera.(*)

(*) La ragazza è veloce, oh



Alloggetto in montagna, piccolissimo e con mobili di recupero, spartani; oggetti ridotti all’essenziale. Ci passerai qualche giorno, o forse molti. E, per una tua dimenticanza, lo devi fare senza neanche un libro. Roba che dopo un paio di giorni hai una crisi d’astinenza da parola stampata che, dopo aver letto per la quinta volta pure gli ingredienti dei sofficini casomai ti fossero sfuggite delle sfumature, tipo i tormentati risvolti psicologici della panatura, sei ridotto in condizioni tali che rimpiangi persino il vecchio libro di inglese di prima media. Che, come lettura, non è che fosse proprio appassionante:


This is a pen. That is a table.


Vabbe’, dai; non lagnarti. Pensa a chi sta peggio di te. Pensa a chi legge Moccia.  
E poi, comunque, era solo questione di pazientare per quattro o cinque pagine. Perché poi, all’improvviso, l’intreccio si infittiva:


This is not a table. This is a chair.


Grazie. Da solo non me ne sarei mai accorto, guarda.


This is not a dog. This is a book
 
Scemo io, che da un’ora sto a lanciargli legnetti aspettando che li riporti.


This is not a book. This is a dog.
 
Ecco perché ringhiava ogni volta che cercavo di sfogliarlo.


This is not your sister. This is a garbage can ...uh, ehm, no: this is actually your sister.



E sei, anche, senza uno straccio di connessione internet. Qui, tra i bricchi e i verdi pascoli, dove le ricerche le fai con Mooooogle e gli acquisti con e-bèèèèèy. Naturalmente il fido smartofono con la cover jelly blupuffa è con te -separartene, quando mai; ma la connessione in zona è del tipo Pidgeon Recommended; nel senso che se mandi un piccione fai prima. Immagino che qui la copertura possa supportare (si noti l’abile giro di parole per dribblare il linguaggio tecnico, di cui non so un picchio) solo un traffico dati limitato. Ma proprio piccino picciò. Insomma: il figlio di quelli che abitano nell’ultima casa su verso la pineta ospita un amichetto per la notte, e tu ti ritrovi disperato a contemplare sul display messaggi di errore e failure assortiti, mentre maceri nell’angoscia al pensiero che in quello stesso momento nella tua fattoria virtuale su Hay Day frotte di fantapolli aspettano inesistenti mangimi, si consumano stragi di pseudoporcelli trascurati e mucche immaginarie muggiscono invano la loro fittizia disperazione.

Figuriamoci poi come funziona, in queste condizioni, il tuo vecchio netbook, processore Lumakòn I (ed ultimo), che pant-pant-eggia pure quando ha a disposizione autostrade di traffico dati ombreggiate da alberate di giga. E dire che l'acquisto, soltanto una o due ere geologiche fa, era avvenuto dopo lunga e ponderata analisi, per due motivi di altissima valenza tecnica. In sostanza, perchè il suddetto era  


   a)      

    in offerta  
  

   e (soprattutto)

b)       
 
    rosa.


Tra l’altro a suo tempo –un paio di anni prima-  era stato pubblicizzato con una certa enfasi, compensiva di slogan “Il netbook che si crede un notebook”. Il computer con crisi d’identità, uao. Il tuo, più che altro, tra obsolescenza, anni di disuso e mancati aggiornamenti, si crede una interessante via di mezzo tra un frullino, un paraspifferi e un gurzo del Borneo.
Insomma, per farla breve: qui tra le vette la parola “ricerca” non evoca scorpacciate di giga, ma l’immagine di un tizio dall'aria smarrita che vaga per le uniche due vie del pese chiamando disperatamente “PINOOOOO!!!! Dove sei???”. O un tale –episodio vero- palesemente preoccupato, che dice a tutti quelli che incontra nella passeggiata lungolago “Scusi, ho perso il cane. Se ne vede uno, le spiace dirgli ‘Ringo?’ Se vede che reagisce, é lui: gli dica con decisione "A casa!": di solito capisce”.



Va da se’, a questo punto, che non hai neanche il televisore. 
Il che non sarebbe un problema, in teoria. Di solito te la tiri pure: “Tv, io? Pfui.” Seee: facile, finchè le sere fuori dalla finestra hanno tonalità di blu accettabili, perbenino, a misura d’uomo; screziate da lampioni e luci delle case vicine. Ma prova ad affrontarne una di quelle con un cielo nero come l’inchiostro, e il buio – non quello addomesticato allontanato negato rimosso da lampioni fari scritte luminose e palliativi assortiti, no: il buio vero, primordiale, assoluto, scuro come il nulla – in agguato un metro fuori dalla porta. Quello che puoi anche avere la luce accesa e non guardare fuori ma in qualche modo LO SENTI, comunque e in ogni momento; sai che c’è ed è tutto intorno e sopra e ovunque, avvolge casa tua come un bozzolo opaco e pesante e ti restituisce improvvisamente e senza mezzi termini la sensazione schiacciante della tua piccolezza; e improvvisamente ti senti così senza difese, così infinitamente solo. Tu prova: e dopo un po’ daresti pure l’ultimo pacco di biscotti del negozio bio senza olio di palma a basso contenuto di grassi in cambio di qualsiasi cosa coloratasonorasemovente in grado di frapporsi tra te e il Nulla tutto intorno, fosse anche una maratona dei Teletubbies commentata da Solfrizzi.




Così ti ritrovi senza schermi tra te ed il tempo da far passare, senza scorza protettiva, per la prima volta da... da? Anni, probabilmente. A spendere lunghe, lente giornate tra una passeggiata tanto per fare, la spesa minimal all’unico negozietto, qualche parola con la ragazzuola alla cassa o la signora anziana dell’alloggio accanto. Ovviamente, ti crolla addosso la noia. Un macigno di noia, che manco Willycoyote. Decidi che basta, domani scendi; e che cavolo. Poi telefoni a qualcuno che è giù in pianura, o ricevi qualche messaggino. Qui fa un caldo folle, dormo con la borsa del ghiaccio nel letto, se sapessi, non si respira... Insomma: alla fine, rimani.
E un po’ per volta, nel vuoto di quel silenzio insolito, arrivano i pensieri. I tuoi pensieri. Che all’inizio, diciamolo, non sono certo una compagnia brillante, o gradevole, o facile.
Anche perché hanno questo brutto modo di fare, i pensieri; che prima mettono il capino fuori timidamente, esitanti, sorpresi da questo gran silenzio improvviso; ma poi prendono sicurezza e allora si allargano, approfittano della situazione, invadono tutto lo spazio, fanno un gran rumore.

E ritrovi ansie, preoccupazioni, paure. La cosa a cui cercavi di non pensare. L'ostacolo che hai evitato di affrontare. Il bisogno represso o negato, per orgoglio o rassegnazione o entrambi. La cicatrice che fingevi scomparsa ma avevi solo nascosto molto bene. Bilanci, naturalmente; ma questo sarebbe il meno, che intanto li fai ogni due per tre. Ma anche prese di coscienza scomode, o pensieri sgradevoli e che non vorresti abitassero dentro di te. Difetti che ti tocca riconoscere, parti di te che non ami o non vorresti o semplicemente sono diverse da quello che di solito spacci per “te stesso” e invece sono lì e non si scappa, o trovi il modo di superarle, davvero e senza trucchi, o ci fai la pace una volta per tutte, semmai tirando giù di una tacca l’opinione che avevi di te e allo stesso tempo capendo che non necessariamente questo ti renderà una persona peggiore, perché un essere umano può essere piú della somma delle sue parti.



E poi.




E poi un giorno, senza motivo apparente, senza che sia successo niente di particolare, ti accorgi che stai bene. Che il frastuono dentro è diventato una voce pacata e i tuoi pensieri, ora, sono una compagnia di volta in volta rivelatrice, sorprendente, amica, riposante, quieta, dolce. E allora, improvvisamente, ti accorgi di essere connesso, come non lo eri da chissà quanto. Connesso con ció che ti circonda. Il silenzio, le foglie sugli alberi, l'ombra del sentiero sotto i pini, i colori del cielo che si riflettono nel lago, questa brezza leggera che ti accarezza la pelle e spettina un po' i capelli.


Ma, soprattutto, connesso con te stesso. Con il tuo cuore, come un amico ritrovato dopo tanto tempo. Forse un po’ stanco e un po’ invecchiato; ma forse, persino, guarda un po', una briciola cresciuto. Forse, in qualche momento di grazia, con quello di qualcun altro. E pazienza se forse l'incontro durerà solo un attimo, luminoso come un riflesso di luce sull'acqua e altrettanto breve, effimero, irripetibile: comunque, è già qualcosa

E' già tanto.


Perchè, adesso, sei piú che mai connesso. 

Con la vita.


17 novembre 2015

Selfie Generation 2 - a volte ritornano


Due ragazzine passeggiano lungo la strada che fiancheggia il laghetto. Sui sedici anni, capelli lunghi, jeans e giubbotto; cloni perfetti di altre millemila ragazzine di quella età (Quando avevi la loro età, gli over 50 ti sembravano tutti uguali, indistinguibili, eternamente ai margini del tuo campo visivo e ai limiti dell'invisibile; articoli privi di interesse usciti dalla stessa scialba fabbrica di replicanti di serie B. Ora, in certi momenti, li guardi, i ragazzini, e ti ritrovi a chiederti se oggi li fanno con lo stampo. Il che, molto più che l'età anagrafica o qualche rughetta in più o in meno, ti dice con chiarezza ineluttabile che ormai sei inesorabilmente passato sull'altro versante della vita). Il braccio teso, non in un saluto dal significato politico, ma nell'inconfondibile atteggiamento alla C.C.F.S. (Colui Che Fa un Selfie). Le teste vicine vicine, forse per slancio di amicizia, più probabilmente per entrare nell'inquadratura. Lo stesso sorriso sprizzante quella luce irripetibile, quella felicità totale e priva di ombre che ora sei convinto durerà per sempre e invece è così effimera, appartiene solo a questa età, passerai il resto della tua vita ad inseguirla, a cercare di ritrovarla ricostruirla riconquistarla ma niente, non ci riuscirai mai. Lo sguardo alla "Ehi! Sono in un posto bellissimo sto facendo cose bellissime e mi diverto tantissimissimissimo!", così radioso che quasi riescono pure a farsi venire il riflesso a forma di stellina vicino alla pupilla così al naturale, senza bisogno di fotoscioppo

Clic.

Ri-clic, casomai prima avessi gli occhi chiusi.

E poi, via. In un nanosecondo. Tutto: il sorriso,  la gioia di vivere e di esserci, lo sguardo con le lucine dentro. Via la maschera da socialnèttuorc Uòzzappo Facciabucco. Al suo posto, un'espressione annoiata e un po' scocciata, alla " 'Azzo ci faccio qui? 'Azzo di un posto e 'azzo di giornata. 'Azzo.".

E se ne vanno, svogliate, trascinando un po' i piedi.

La morale del pollo

Nel senso che hai appena tratto una morale da una vicenda nella quale è coinvolto un pollo, seppure in versione cotolettiforme; non che i polli abbiano un altissimo senso etico e morale. Per quanto -precisiamo per non offendere i loro fan- sono sicuramente bravissime persone. E, detto per inciso e alla luce dei fatti di questa settimana, ad avere un senso etico piú alto dell'essere umano, non é che ci vorrebbe poi molto.


Ti ritrovi, un giorno, con un improvviso, incoercibile desiderio di pollo al curry.
Solo che non lo puoi fare, perche ti manca giusto un ingrediente, peraltro marginale: il pollo.
Il giorno dopo hai il pollo ma non hai tempo.
Il giorno dopo sei pollomunito e con un sacco di tempo, ma te ne ricordi un nanosecondo dopo aver messo sul fuoco qualcosa di completamente diverso.
A quel punto lo sventurato ex-pennuto finisce in stand-by nel freezer in attesa di tempi migliori.
Il giorno dopo ti ricordi perfettamente che vuoi fare il pollo al curry, ma in cambio hai dimenticato di scongelarlo.
Giorno dopo, idem.
E poi, finalmente, oggi: la meta tanto sospirata é alfine raggiunta, il pollo al curry è lì, nel tuo piatto, polloso come non mai e curroso che più non si può. E finalmente porti alla bocca il primo agognato boccone, e ti trovi a chiederti “Embe’? Cosa ci trovavo di tanto buono?”

Mi sa che la vita ne è piena, di polli al curry.



E questo era un Orbettino piccino picciò e amarognolo. Anzi: al curry.

26 luglio 2015

DIARIO DI MONTAGNA - TRE MINUTI




Sì, solo questo: tre minuti. Tre minuti di silenzio. Possono essere considerati un dono? Penso di sì. E lo pensereste anche voi, se aveste il dubbio privilegio di aver la casa vicino ad un bar il cui proprietario è convinto che la sua missione nella vita sia sfracassare al prossimo anche quelle di riserva imperversando per 14-ore-al-giorno-14 con orride canzonette sceme sparate a tutto volume.


E considerate che stiamo parlando di un uomo che nella propria schifezzoteca può vantare pietre miliari della musica leggera italiana ed internazionale quali una raccapricciante versione disco della Lambada verosimilmente eseguita con un organetto Bontempi del 1982 ad accompagnamento automatico, Cimitero Di Rose -un'evergreen per giovani di tutte le età- e l’immortale Tuca Tuca di Raffaella Carrà (Anche se, a onor del vero, dobbiamo riconoscere che quest’ultima non è una sua scelta. Lui non avrebbe mai e poi mai preso un cd del genere, dai. Un po' di gusto musicale ce l'ha, ecchècavolo. E che gliel'ha dato omaggio Ahmed quando ha comprato  Il Ballo Del Qua Qua. Ovviamente non quello originale, che costa un botto, ma l’epocale cover abusiva di Giuspino E i Gerbilli).


Stamattina, mentre guardavo il laghetto dal pontile -attività impegnativa ed altamente stancante, però oh: è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo- il barista malefico, nascosto nel suo oscuro antro dal quale, presenza invisibile ma inesorabile, instancabilmente flagella le nostre giornate, per cinque minuti è stato quasi umano: ha riesumato dalla polvere il suo unico CD del Blasco. 
Personalmente non amo molto Vasco Rossi; e in particolare i bellissimi versi che il dj personale di Lucifero ci ha rifilato stamattina,  

 “Lo sai che cosa c’è-éé-éé / Ti vedo in forma, Uééé” 

non mi sembrano esattamente un testo stile De Andrè o il primo Vecchioni. Che poi, per inciso, mettere giù la carta delle interiezioni ed esclamazioni è pure un modo furbacchio per fare la rima, che ci spalanca innanzi un universo di nuove, affascinanti possibilità: “Io non ti penso mai / e non manchi, ahi-ii-ìì” "Mi costruirò un iglù / col ghiaccio in freezer, uù-ùù-ùùù “Non so se ho chiuso il gas / va a controllare, uà-àà-ààss”. Comunque, rispetto agli squallori sonori che l’infame essere è solito propinarci, il vecchio Vasco è Mozart; quindi andava già di lusso. Ma la felice e rarissima congiunzione astrale ha raggiunto vette prossime al sublime quando a un certo punto, senza preavviso alcuno, nel bel mezzo di una strofa, da qualche parte nelle profonde tenebrose viscere del bar malefico un invisibile dito è calato sul tastino “STOP”. 
E, improvvisamente, inaspettatamente, tutto intorno è stato


s   i   l   e   n   z   i   o .





Silenzio. 


In cui hanno ritrovato uno spazio i piccoli suoni della quotidianità, solitamente sommersi  dall’incessante “BUNK! BUNK! BO-BO-BUNK!”. Il canto degli uccelli. Lo sciacquettare pigro dell’acqua che si infrange contro il piccolo molo ma con calma, senza accanimento; quasi con dolcezza. Cose così. In lontananza qualche auto, ma anche questo è un suono che appartiene all'ambiente, ovattato, discreto. 
Il fruscio sommesso della vita.




E allora, ti sei chiesto perché. Perché quest’ansia di coprire, riempire a tutti i costi. Copriamo il silenzio con il frastuono; riempiamo gli spazi vuoti con cartelloni e colori sguaiati, l’equivalente visivo dei decibel a palla. In una frazioncina di montagna qui vicino, giusto un grappolo di casette antiche con i tetti grigi di ardesia raccolte intorno ad una piccola chiesa, un megacartellone da stadio con le scritte luminose annuncia al mondo le meraviglie dei Profilati In Rame di Pautasso Giuseppe E Figli. Come no: uno sta andando a camminare, zaino e scarponi e pensieri bucolici e dai che magari oggi vedo le marmotte; poi alza gli occhi, legge la scritta luminosa e resta folgorato sulla via di Damasco: “Cacchio, sì! Ecco cosa è sempre mancato nella mia vita: un profilato in rame!”. Non sarà esattamente come vedere una croce nel cielo ma va be’, ogni epoca ha le visioni che si merita. E noi ci meritiamo queste, evidentemente. C’è un posto, all’uscita di un altro paesino, dove passo sovente. Quando ero piccola lì c’erano i pini. Verde, ombra; due o tre panchine. Proprio niente di che; però era spontaneo, era natura. In un suo modo semplice semplice e senza pretese, era bello. Noi bambini ci giocavamo a nascondino. Ora hanno tagliato gli alberi, coperto di asfalto una buona parte dell’erba e messo qua e là degli stambecchi di plastica. Perché amiamo la natura, cosa credete. Fatti da schifo, tra l’altro, che se prendevano il pupazzo di Dumbo da una giostra veniva una cosa più realistica, e colorati a colpi di pennellessa da un imbianchino daltonico. Il pezzo forte dell’attrazione è una specie di statua di San Francesco che parla a un lupo (di plastica) marchianamente fuori scala, e se premi un pulsante senti il discorso registrato. Nello stesso paesino, del resto, nella piazzetta c’è un altoparlante che ogni mattina alle otto diffonde il finto chicchirichì di un inesistente gallo. 
E no, non me lo sto inventando.




Del resto, siamo così. Vogliamo emozioni e le cerchiamo di volta in volta nel virtuale, nell’artificioso, nell’eccessivo, nel gridato. Ma prova a fare una cosa semplice come andare in alta montagna, sederti davanti ad una scarpata o un altro paesaggio maestoso, e ascoltare negli auricolari i Carmina Burana; e poi dimmelo, se non ti è venuta la pelle d’oca dalla bellezza.

Ma no: noi abbiamo fretta. Sorvoliamo le cose senza scendere, senza posarci. Invece di guardare, fotografiamo. Davanti ad un piatto che ci fa venire l'acquolina, prima di assaggiarlo lo postiamo su Facciabucco. In un giorno visitiamo due cittadine, un fiordo, un villaggio di pescatori caratteristico, un altipiano e un museo di scatole di sardine; e dopo una settimana per ricordare come si chiamavano i posti che abbiamo visto dobbiamo andare a rileggere il programma del viaggio.


 

Eppure, qualche giorno fa, un’amica raccontava di una cena in montagna, e di bambini di amici tornati felici da una passeggiata notturna in un bosco. In cui avevano corso, giocato, riso; ma soprattutto –di questo erano entusiasti- visto miriadi di lucciole. E questo, in qualche modo un po’ strano e un po’ da sognatore, ti conforta. Perchè ti dici che, finchè dei bambini cresciuti a smartphone e playstation e film in 3D sono capaci di sorridere vedendo le lucciole, c'è ancora una speranza. 





**** 





P.s. Per la cronaca: passati i tre minuti, nei quali, evidentemente, non si era ravveduto, ma stava solo esitando nella scelta tra Romagna Mia o Attenti A Me / Sono Un Vampiro (che non so da dove picchio venga fuori ma ahimè vi posso assicurare, esiste), il barista servitore del Male ha messo su Raffaella Carrà. E l’incanto di quei tre minuti è svanito, fino a data da defnirsi.

Per fortuna esistono i lettori MP3. Così copro il rumore che costui considera musica solo perchè ritmato con altre canzoni che, invece, amo; anche se in fondo sto solo coprendo il frastuono con altri suoni più forti, e questo allontana ancora di più dal silenzio. E mi chiedo quanto cammino bisognerebbe avere fatto, nel proprio cuore, per riuscire a fare silenzio così forte, dentro di sé, da saper coprire il rumore con il silenzio. E quest'ultima frase probabilmente è una scemata colossale ma che ne so, a me sembra che significhi qualcosa.

25 luglio 2015

DIARIO DI MONTAGNA – COM’E’ BELLO VOLTEGGIAR



Sta facendo kitesurf sul laghetto, spinto dal vento teso. L’esordio in effetti non è stato esattamente trionfale, considerato che il momento clou è stato uno spettacolare inciampo con caduta di schiena sulle pietre della riva mentre si apprestava ad entrare in acqua, peraltro immediatamente seguita da un “Tutto ok, Tutto ok! Non mi sono fatto niente!” gridato al figlio, che sta parlando al telefono pochi metri più in là. Il che ti ha fatto pensare a Fantozzi che tace eroicamente dopo essersi messo in bocca un pomodorino alla temperatura della lava incandescente ma va be’, è che tu sei un po’ malignetta, dai. Ma poi, una volta riuscito a guadagnare il liquido elemento, in effetti dà l’idea di uno che sa il fatto suo. Fluttua leggiadro e volteggia soave; in alcuni momenti addirittura si fa sollevare dal vento e per alcuni secondi rimane così, sospeso un paio di metri sopra il filo dell’acqua, lieve ed etereo quale farfallo o libellulo (immagine peraltro spudoratamente copiata da Guareschi). E l’erede smartphonemunito accuratamente riprende le paterne acquatiche prodezze onde consegnarle ai posteri.


Ma la vita è un mercante bugiardo, un imbonitore da fiera che non mantiene le promesse. In pochi minuti il cielo più terso si rannuvola, il cibo per cui avevi l’acquolina rivela un disgustoso sapore di sale e rancido; con mani trepidanti scarti il premio per cui hai lottato tanto e con una botta al cuore ti ritrovi a guardare incredulo l’interno di una scatola vuota. Così, è’ un attimo: il fluttuante eroe perde il controllo sulla vela. Che cala sempre più, tocca l’acqua dove sconfina con la riva e, perso improvvisamente ogni etereo e volacre incanto, non prima di essersi avvitata su se’ stessa tre o quattro volte, si affloscia che più prosaicamente non si può con un loffissimo PLOFFF!    
Sicchè questo è il nuovo assetto del sistema uomo-vela: la seconda miseramente spiaggiata e immota a terra e il primo a mollo che gesticola come un forsennato per chiedere soccorso al sangue del suo sangue. Che prontamente accorre (parliamo del figlio; anche se la frase in effetti è venuta un po’ da schifo e a questo punto uno ha la vaga idea che stia arrivando l’Avis). Nello stesso momento dei passi di corsa alle mie spalle, che rivelano un certo affanno già solo dal rumore; il tempo di pensare “Oibò, mo’ pure i bagnini di Baywatch?” e sbuca un’occhialuta e preoccupata signora, decisamente poco baiuòccia, che accorre in soccorso del verosimile coniuge zompettando come può sui sandaletti da città.   
Ed ecco che l’ammollato eroe, dall’acqua, comincia a impartire direttive alla parentale ciurma,  urlando come un ossesso e rivelando una grinta imperiosa e maschia attitudine al comando che manco Russel Crowe in Master And Commander:


“ALZALO! VAI UN PO’ IN LA’! ECCO! COSI!”


Il contributo della consorte in un primo tempo risulta vivamente apprezzato, facendole guadagnare uno stentoreo


“PERFETTO! BRAVISSIMA, BARBARA!!!”


proclamato ai quattro venti. Ma la gloria umana è un mucchietto di cenere spazzato via in un istante dai capricciosi venti del fato. Oh gloria ingannatrice, fugace riflesso sull'acqua che risplende per un attimo appena; cose così. E anche il momento di trionfo della signora Barbara si rivela, ahimè, effimero e fugace. Perché immediatamente dopo ella comincia drammaticamente a perdere punti:


“NO, BARBARA! NON COSI’! GIRALO ALL’ESTERNO! NOOO! ALL’ESTERNO! EH MA LA MADONNA! TI HO DETTO ALL’ESTERNO! BARBARAAA!!!!” 


Intanto sul pontile un gruppetto di persone osserva la scena con vivo interesse – qui non è che abbiamo molte distrazioni, cercate di capirci, oh - e ridacchiando neanche tanto velatamente; mentre è doveroso riconoscere che la Barbara in questione sta dimostrando un non comune talento naturale per l’avvitamento a spirale di aquiloni innocenti, e sta facendo del suo meglio per trasformare il topologicamente banale kite in una figura di maggiore interesse, un bel nastro di Moebius o cose così, mentre le sue quotazioni ormai stanno scoprendo il brivido della caduta libera. Intanto il gentile consorte nonchè maschio alfa, dall’acqua, continua a coordinare i soccorsi con garbo e discrezione:


“QUELLO E’ L’INTERNO! CA**O, BARBARA!!! “


Dopo qualche altro gesto maldestro e relativa plateale sputtanata in pubblico, Ca**o Barbara finalmente mette a fuoco il concetto e riesce a sollevare la vela dal lato giusto. Solo per impantanarsi immediatamente in una nuova, ancora più complessa difficoltà:


“ORA PRENDI IL CAVO ROSSO. ROSSO, BARBARAAAA! MA CHE FAI? HO DETTO ROSSO! ROSSOOOO!!! MA CHE SEI DALTONICA?? LO SAI DISTINGUERE IL ROSSO, BARBARA???”


 ***



E insomma. Insomma, anche le cose belle, ahimè. finiscono; e così a un certo punto i cavi vengono districati, il kite risollevato nell’aere in più nobile e kitesco assetto. L’ammollato eroe riprende a volteggiar lieve e soave sull’acqueo elemento quale libellulo o farfallo; che è di nuovo Guareschi ma alla rovescia per fare l’effettino simmetrico, che qui non stiamo mica a pettinar gerbilli. Ca**o Barbara torna a sedersi sulla riva, borbottando sommessamente “iiii, oggi non gli va bene niente!”. Rivelando con questo una flemma pacifista che il Dalai Lama al confronto è un ultrà da stadio (io per molto meno con i preziosissimi cavi che non si devono assolutamente aggrovigliare avrei fatto un bellissimissimo intreccio macramè, e se ci stava pure una presina a crochet), ma anche informando i presenti, mediante quattro sole letterine, “oggi”, che, poffarbacco, questo comportamento a cui hanno appena assistito è inspiegabile, lui di solito le porta rose rosse a colazione e va matto per Hello Kitty.



Così la situazione è tornata calma. Il figlio ha ripreso a smartphonare  le atletiche gesta del genitore che fluttua leggiadro e tutte quelle robe farfallose lì. L’intermezzo, ovviamente, non è stato immortalato, e nessuna traccia ne verrà consegnata ai posteri. Che ammirati diranno “E' proprio bravo: mai il minimo sbaglio. E Barbara, che donna fortunata!”.

20 luglio 2015

GENERAZIONE SELFIE



Dopo un anno e più di letargo, l’Orbettino rimette fuori il capino. Timidamente, forse solo per un momento; giusto il tempo di dare uno sguardo intorno. Meno scherzoso e più meditabondo. Ma tant’è: fa quello che può, povera creaturina ingenua e ultimamente anche alquanto ammaccata, per dirla tutta; ma oh: a Orbettino tornato non si guarda in bocca. E quindi, dopo questa colossale scemata giusto per dimostrare che non abbiamo perso la mano, vai con




Diario di montagna  - SELFIE GENERATION




Sedute sul pontile del laghetto a pochi metri da me, in questa mattina di luglio, tre ragazzine. Ovviamente, carine. Immancabili pantaloncini corti sui corpi nuovi nuovi che l’altro ieri non c’erano, capelli lunghi, visi da bamboline ancora senza l’oltraggio di una ruga. In quel momento magico della vita e in quello che, a quell’età, credi sia il tuo assetto definitivo: e invece lo scoprirai durare poco più di una stagione, qualche sera d’estate  o qualche battito di ciglia a voler essere più lirici ma va be’, in qualsiasi modo lo esprimi la sostanza è che tutto questo è poco più di una fregatura ma per adesso non lo sapete; e se lo sapeste non è detto che lo apprezzereste di più, anzi, probabilmente comincereste fin da ora a rovinarvi la vita con l’ansia anticipatoria e il tarlo subdolo della preoccupazione che si insinua un po’ in ogni cosa, portandosi via una volta per tutte quella sensazione di serenità assoluta e senza ombre che, anche questa, appartiene solo a questa età. Quindi godetevelo finchè potete, questo momento: ne avrete, poi, di tempo per accettare il fatto che il vostro vero “te stesso”, quello che vi scarrozzerete in giro per quattro o cinque decenni e che gli altri assoceranno all’idea di voi, sarà una specie di estraneo con un accenno di pancia, il doppiomento e una vena varicosa che sta venendo fuori e per cui un'amica ti ha consigliato un prodotto erboristico favoloso... Sì, proprio come quelle persone che ora, con la crudeltà senza cattiveria dell'età, indistintamente, che abbiano settant'anni o trenta, bollate con l’etichetta di “vecchie”.




Ma sto divagando. Torniamo a loro, ancora lì, sedute pochi metri più in là, in questa mattina di luglio. Loro che parlano fitto, scherzano, ridono: e in tutto questo mimica e mobilità dei loro volti sono assolutamente normali. Ma ogni tanto, a intervalli di tempo quasi regolari, spunta l’immancabile smartphone e il reltivo selfie-moment. E qui ecco che il trio rivela la sua peculiarità generazionale: la capacità di congelare all’istante, in un fermoimmagine vagamente inquietante, qualsiasi atteggiamento ed espressione; sia quello reale del momento, sia un’improbabile scenetta costruitissima, con sorriso sfavillante da star in passerella abbinato a posa ad atissimo tasso vampesco da modella professionista, sia l’immancabile (e inconcepibile prima del’avvento di FB e compagnia) boccuccia paperomorfa. E conservarlo così, assolutamente immobili, immuni da qualsivoglia imbarazzo, indifferenti agli accadimenti a loro intorno, senza minimamente vacillare o mostrare segni di umano cedimento, per un tempo potenzialmente infinito.




E qui, impietoso, ti scatta il confronto.




Con noi di tutt’altra generazione che, posti di fronte a un autoscatto, puntualmente ci troviamo a lottare con il desiderio improvviso quanto impellente di strizzare gli occhi, la palpebra che balla, il sorriso che gradualmente si trasforma in una paresi isterica, mentre ci piomba addosso pesante come  un macigno la cruda consapevolezza di quanto sia patetica la nostra espressione fintissima rivolta al nulla e, in generale, della totale idiozia di ciò che stiamo facendo, agli occhi del prossimo e di noi stessi (e figuriamoci se poi, oltre a questo, stessimo tenendo in mano un bastone col telefonino al fondo, mentre decine di persone ci passano accanto). Finchè quando, dopo dieci lunghissimi secondi di agonia, arriva il fatidico istante dello scatto e veniamo immortalati e consegnati ad una posterità in realtà quantomai effimera con i muscoli facciali contratti ed i denti digrignati, nella difficile eppur realizzata sintesi di un’aria spiritata che Jack Nicholson diventerebbe verde di invidia e l’espressione vispa e sprizzante intelligenza del merluzzo picchiato in testa da piccolo. Nonché, nove volte su dieci –cosa di cui il merluzzo in questione, ammettiamolo, non sarebbe capace, e che pertanto dimostra la nostra superiorità sullo stesso- gli occhi chiusi.



E del resto cosa aspettarsi, sa noi che, goffi adolescenti degli anni ’80 o anche dopo ma in modo alquanto abusivo, perché sì, siamo proprio noi, la generazione che ha inaugurato l’usanza di prolungare un’adolescenza truffaldina fino i 30 e oltre - al fondo di qualche cassetto conserviamo pile di albumini di foto con la copertina colorata e le bustine in cellophane crocchettante, quelli che il fotografo ti dava in omaggio quando andavi a ritirare le stampe; e dentro le foto delle prime vacanze in autonomia, o lontane gite in montagna con gli amici. E, tra queste, l’immancabile autoscatto di gruppo. Perché li facevamo anche noi, cosa credete? Solo che, cosa strana, li facevamo per catturare un ricordo, trattenere un momento che stavamo davvero vivendo e come lo stavamo vivendo. Per riguardarle in seguito; e chissenefrega se eravamo spettinati, sudati, goffi, vestiti alla can che scappa e mezzi sconvolti dopo quattro ore di salita sudando come meduse spiaggiate; e se quelle immagini erano sì da rivista patinata, ma a patto che fosse un numero di Riza Psicosomatica dedicato all’autostima, sul quale sarebbero apparse con la didascalia illuminante “Consolati: vedi che c’è chi è messo molto peggio di te?”. Sono ancora tutti lì, quei momenti in cui delle copie di noi stessi con venti anni in meno, così giovani, così  buffe e commoventi insieme da guardare ora, istintivamente si inclinavano tutte da una parte per assecondare l’inclinazione della macchina fotografica appoggiata precariamente e  alla membro di bracco sopra un sasso sbilenco. E se guardi bene distingui il prescelto, colui che aveva premuto il pulsante dell'autoscatto e poi nei fatidici dieci secondo era rientrato di corsa nel gruppo, perché è quello che cerca di darsi un tono di naturalezza e contegno come se essere sorpreso dallo scadere dei fatidici dieci secondi in una via di mezzo tra l’impiedi e il seduto, in bilico sulla punta del piede sinistro, con il collo proteso telescopicamente da una parte nel timore di non entrare nell’inquadratura e un inquietante sorriso digrignato che manco Jack Nicholson fosse la posizione più spontanea del mondo.

Noi che, per inciso, mai ci saremmo sognati di rovinare una foto –che le pagavi pure un tot a stampa, cosa neanche negativa considerato che per decenni ha salvato l’umanità dall’invasione di foto di gattini pucciosi- facendo assurde boccucce paperesche, e col cavolo che avremmo fotografato il vassoio degli affettati.




E così,  in una mattina di luglio, improvvisamente realizzi che non è tanto  la ciocca di capelli bianchi che ormai  da anni cerchi truffaldinamente di far passare per biondo chiaro, o il ragazzino che in un attimo ha fatto impietoso scempio del tuo look vagamente-alternativo-ma-con-gusto e giovane-ma-non-troppo-comunque-facendo-bene-attenzione-a –non-cadere-nel-giovanile, chiamandoti educatamente “signora”. E neanche la voce di velluto ruvido rigorosamente anni '80 di Tanita Thikaram che in questo momento ti risuona negli auricolari, o il fatto che opportunamente torturato ti riveleresti vergognosamente in grado di ripetere a memoria l’intero testo di Montagne Verdi (la sola canzone, insieme a Dio è morto, che tu sia mai riuscito a strimpellare alla chitarra, la minore mi minore e cose così, imparati su un fascicoletto con un titolo tipo "200 accordi di chitarra": roba che adesso trovi su qualunque sito internet, ma allora erano trenta paginette semidistrutte dall'uso che consideravi preziose come la tua stessa vita): nessuna di queste cose ti rende un fossile guida, tanto quanto il fatto che mentre noi, davanti ad un autoscatto, per quanto fintamente sorridenti, non possiamo fare a meno di sentirci, in fondo, irrimediabilmente e completamente cretini, loro, i figli del 2000 o giù di lì, non solo davanti a qualsiasi dispositivo atto alla registrazione di immagini passano istantaneamente in modalità Red Carpet-ON, ma  sono venuti al mondo con la funzione Freeze.